Ecco perché la nostra Grosse Koalition può pacificare l’Italia

Com’è strano battersi per una cultura di coalizione, esprimersi ogni giorno a sostegno della “grande coalizione”, e trovarsi infilato dal Foglio, da Salvatore Merlo, tra “i rinfocolatori”, detti anche “falchi urlatori”. Non recedo, e procedo con il mio assunto. In Italia la grande coalizione guidata da Letta nasce sulla base di un reciproco riconoscimento tra i due massimi partiti disponibili all’alleanza. Ma perché questo tentativo duri, è necessario un lavoro culturale. Su un metodo. E questa cultura e questo metodo non possono essere lasciati all’improvvisazione. Anche perché c’è chi non improvvisa affatto una cultura avversa alla pacificazione, ma la teorizza, e avvelena l’aria. di Renato Brunetta
4 AGO 20
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Com’è strano battersi per una cultura di coalizione, esprimersi ogni giorno a sostegno della “grande coalizione”, e trovarsi infilato dal Foglio, da Salvatore Merlo, tra “i rinfocolatori”, detti anche “falchi urlatori”. Non recedo, e procedo con il mio assunto. In Italia la grande coalizione guidata da Letta nasce sulla base di un reciproco riconoscimento tra i due massimi partiti disponibili all’alleanza. Ma perché questo tentativo duri, è necessario un lavoro culturale. Su un metodo. E questa cultura e questo metodo non possono essere lasciati all’improvvisazione. Anche perché c’è chi non improvvisa affatto una cultura avversa alla pacificazione, ma la teorizza, e avvelena l’aria. Mi spiego.
La Repubblica, 8 maggio, pagina 9. Cronaca di Petrini sulla risoluzione di maggioranza sul Def. La risoluzione è approvata, certo. Ma non è questo il punto. Nella vicenda compare come protagonista Rosy Bindi, caporione di un’ala del Pd avversa alla “rivalutazione culturale del berlusconismo”. Con la loro azione, Bindi & C. hanno ottenuto “una correzione formale del testo: il nome di Berlusconi è stato cancellato”.
Ecco che, in un articolo marginale di Repubblica, è venuta a galla la mina su cui rischia di andare a cozzare, presto o tardi, il governo Letta e con esso la grande coalizione. Altro che Brunetta rinfocolatore. Sono stato io a comporre il testo con i capigruppo di Pd e Scelta civica, all’interno di una logica di compromesso nobile. Ed ecco il diktat cui obbedire, se no il Pd si sarebbe spaccato. E’ emersa quella sinistra che si fonda non solo sull’antiberlusconismo, ma anche sulla cancellazione quasi sacrale dell’odiato nome. Siccome però, anche avendo conseguito il risultato di togliere il riferimento al leader del centrodestra, se ne percepiva lo spirito, la Bindi ha dichiarato: “E’ l’ultima volta che mi adeguerò alle indicazioni del gruppo”. Chiaro no?
Questa posizione dice una malattia della sinistra italiana, una infezione del sangue. Essa impedisce fisicamente, a costo di trascinare in un cupio dissolvi non solo il Pd ma il paese, anche di pronunciare il nome di un avversario. Ho detto che è una malattia del sangue. In realtà è un guasto della mente. Esso segnala nel Partito democratico un gravissimo deficit politico. La carenza estrema di cultura della coalizione, la quale è invece presente in esponenti come Letta e Franceschini.
Domando al Foglio. Per quieto vivere è meglio star zitti, fingere serenità oppure una effettiva pacificazione nazionale esige di dire la verità sui pericoli e impone la denuncia di chi mina le fondamenta del governo?
Questo è il tempo della “parresia”, del parlare sincero. E allora io dico che o questa cultura di coalizione diventa maggioritaria e così forte da espungere dal processo decisionale le forze disgregatrici, o non si va avanti.
Non è un pensiero estemporaneo, quello che espongo ora. Ne scrissi già il 12 ottobre del 2005 sulla prima pagina del Gazzettino. Elogiavo la decisione presa da Cdu-Csu e Spd di allearsi nella Grosse Koalition. Le elezioni del 18 settembre non avevano espresso un vincitore. Il 10 ottobre le trattative erano giunte a un punto certo: il cancelliere sarebbe stata Angela Merkel, che aveva circa l’1 per cento in più di Schröder. I ministri sarebbero stati in pari numero. Quando scrivevo i responsabili dei due partiti non si erano ancora seduti a elaborare il programma. Le 130 pagine che lo sostanzieranno saranno pubblicate l’11 novembre. Ma era già chiaro che ce l’avrebbero fatta. Il motivo lo esprimevo così: “Nella cultura politica tedesca è intrinseco il valore dell’interesse nazionale”. La cultura di coalizione è la prosecuzione nel tempo di questo giudizio di valore fondamentale. Il risultato lo anticipavo scommettendo che “Angela Merkel e la sua nuova Grosse Koalition, possono essere un buon motore diesel per rilanciare la Germania e, con essa, il resto dell’Europa”. Mi rimangio solo le ultime tre parole, ahimè. Ma quanto a cultura nazionale e di coalizione, c’è da imparare. Elaborato un programma millimetrico governo e partiti si impegnarono a rispettarlo. Nessun inciucio, ma il leale compromesso. I congressi dei partiti approvarono alleanza e contenuti. In contemporanea la Cdu a Berlino, la Csu a Monaco di Baviera, l’Spd a Karlsruhe dissero di sì. Sessantadue giorni dopo le elezioni, proprio come da noi nel 2013, la Germania votò governo e premier. Nel 2009, ciascuno riprese a correre con i suoi alleati naturali, e vinse la Merkel in alleanza con i liberali. Noi in Italia non abbiamo avuto modo di elaborare un programma di quel genere. Non solo per l’incredibile tergiversazione bersaniana, ma per la riottosità di molta parte del Pd ad accettarci come interlocutori. Ora è necessario darci regole e luoghi per surrogare quel che in Germania è stato previo. Da noi occorre trovare le strade. Ma soprattutto occorre convertirsi a quella cultura di coalizione. Il male non sarebbero le elezioni, che vinceremmo, ma il clima avvelenato e pericoloso, alimentato da Grillo, ma non solo, che sortirebbe da un fiasco di Letta.
Matthias Platzeck, leader dell’Spd, disse alla vigilia del voto per la Merkel: “Se fonderemo una nuova cultura politica della collaborazione e sapremo affrontare insieme i grandi problemi, il nostro successo rafforzerà i due grandi partiti di massa al governo e la fiducia nella democrazia. Ma se falliremo, il rafforzamento degli estremisti sarà quasi un automatismo. I grandi partiti democratici hanno una duplice grande responsabilità”. Faccio mie queste parole, e poi chiamatemi pure “rinfocolatore”.
di Renato Brunetta - capogruppo del Pdl alla Camera